Come allenare al top… dormendo
NEL CALCIO MODERNO, SPECIE IN QUELLO DI ALTO LIVELLO, OGNI PARTICOLARE FA LA DIFFERENZA. SI CURA TUTTO DELLA PARTE TECNICA, DI QUELLA TATTICA E DELLA FISICA, MA C’È UN ASPETTO CHE VIENE ALQUANTO TRASCURATO: DORMIRE. PERCHÉ ANCHE DORMIRE, BENE, È ALLENAMENTO. PER LA NOSTRA NUOVA RUBRICA “OPEN MIND” UN ARTICOLO, TRA SCIENZA E CAMPO, CHE CI DEVE FAR RIFLETTERE.
Il sonno non è una scelta. Non è un’abitudine, né un lusso per chi può permetterselo. Il sonno è una funzione biologica universale, profondamente radicata nella fisiologia umana e condivisa da tutte le specie animali. Esiste da milioni di anni e accompagna l’evoluzione della nostra specie sin dalle origini; dormire non è tempo perso, ma tempo funzionale alla sopravvivenza, alla rigenerazione del corpo, all’integrità del cervello, alla nostra capacità di apprendere, reagire, adattarci, competere. Ogni notte, se rispettato, il sonno attiva una vera e propria “manutenzione” interna. I sistemi cardiovascolare, ormonale, immunitario e neurocognitivo rallentano, si ricalibrano, si rigenerano. Durante le fasi profonde del sonno NREM, il corpo avvia riparazioni tissutali, regola i processi infiammatori e rilascia ormoni come il GH (ormone della crescita, della rigenerazione e della riparazione/ prevenzione). Nelle fasi REM, il cervello consolida memorie, rafforza connessioni sinaptiche e rielabora informazioni emotive. In assenza di sonno, tutto questo non accade e l’organismo, semplicemente, si deteriora.
Questa funzione è così cruciale che la natura stessa ha predisposto un orologio interno, il ritmo circadiano, sincronizzato con i principali segnali ambientali esterni: gli Zeitgebers, letteralmente “donatori di tempo”. Il più potente di tutti è la luce solare: quando il sole sorge, la luce inibisce la produzione di melatonina, il principale neuro-ormone regolatore del sonno, segnalando al cervello che è tempo di restare vigili e attivi; al tramonto, quando la luce cala, il segnale si inverte e la melatonina viene stimolata, l’organismo si prepara fisiologicamente al riposo. Questo ciclo è inciso nel nostro DNA ed è profondamente disturbato dalle abitudini moderne: luci artificiali, esposizione agli schermi, allenamenti serali, jet lag sociali e pressioni continue alterano l’equilibrio tra giorno e notte, veglia e riposo. Il tutto è schematizzato nella figura 1.

Nonostante il suo ruolo biologico irrinunciabile, il sonno è oggi spesso ignorato, sottovalutato, distorto. Lo dimostrano i numerosi falsi miti che ancora resistono nella cultura popolare: “Chi dorme non piglia pesci”; “Basta recuperare nel weekend”; “I vincenti dormono poco”. In un’epoca dove la competizione è costante, la produttività è idolatrata e l’iperconnessione è diventata la regola, dormire è spesso percepito come un ostacolo al fare. Il filosofo Jonathan Crary, nel suo saggio provocatorio “24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno”, denuncia proprio questa tendenza contemporanea a considerare il sonno come uno “scandalo biologico”, un’anomalia che intralcia l’efficienza del sistema economico globale.
Eppure, le funzioni del sonno restano centrali, oggi più che mai. Per la persona comune, per chi studia, per chi lavora (nella figura 2 le raccomandazioni in merito al sonno della National Sleep Foundation; modificata da sleepfoundation.org). E ancor di più per chi fa sport. Nell’attività atletica – e nel calcio in particolare – il sonno non è solo un periodo di recupero, ma una componente attiva della preparazione, un vero e proprio “modulo allenante” che condiziona forza, velocità, attenzione, gestione dello stress, prevenzione degli infortuni e qualità dell’adattamento agli stimoli. Oggi, chi si occupa seriamente di performance – dai medici sportivi ai preparatori, dai dirigenti ai coach – non può più permettersi di considerare il sonno una variabile secondaria. Il sonno è biologia applicata alla prestazione e trascurarlo equivale a ignorare una parte fondamentale del processo atletico. “In un calcio che corre veloce, solo chi sa fermarsi a dormire bene… riesce davvero ad andare lontano.”
“Il sonno è il primo allenamento invisibile.
Chi sa dormire, sa vincere meglio e più a lungo”
Loris Bonamassa
SONNO E PERFORMANCE, UN’INTERCONNESSIONE BIOLOGICA
Il sonno non è un momento di inattività, ma un processo biologico dinamico e altamente regolato, che esercita un’influenza profonda sull’equilibrio fisiologico dell’atleta. Durante le fasi di sonno profondo, in particolare quelle denominate N3 e N4, l’organismo entra in un periodo di rigenerazione: viene rilasciato in grandi quantità l’ormone della crescita (GH), responsabile della riparazione muscolare e della sintesi proteica. Allo stesso tempo, si riducono i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, ristabilendo così un equilibrio neuroendocrino ottimale per il recupero. Quando il sonno è insufficiente – e in particolare quando si dorme meno di sei ore per notte – questo meccanismo rigenerativo si interrompe o si altera. Le conseguenze sono tutt’altro che trascurabili: la letteratura scientifica mostra come la deprivazione di sonno sia associata a un aumento del 170% del rischio di infortuni muscolari, a una riduzione della potenza esplosiva compresa tra il 10 e il 15% e a un peggioramento dei tempi di reazione fino al 20% a cui si aggiunge un importante calo dell’accuratezza decisionale, stimato tra il 30 e il 40% (figura 3).

Oltre agli aspetti fisici, è fondamentale considerare il ruolo del sonno nei processi cognitivi. Durante il riposo notturno avviene il consolidamento della memoria motoria, ovvero quel processo che permette di interiorizzare movimenti, schemi tattici e sequenze complesse. Un sonno frammentato o di scarsa qualità compromette questa funzione, ostacolando l’apprendimento e l’automatizzazione, elementi essenziali nel calcio ad alto livello, dove le prestazioni sono il risultato di decisioni rapide e azioni tecniche precise.
In sintesi, il sonno rappresenta un vero e proprio “campo di allenamento invisibile” in cui si costruiscono solidità fisica, prontezza mentale e intelligenza di gioco. Ignorarlo significa rinunciare a un alleato scientificamente validato della performance sportiva.
PERCHÉ GLI ALLENATORI DEVONO DORMIRE BENE
Nel calcio moderno il ruolo dell’allenatore va ben oltre la preparazione tecnica e tattica. Chi guida una squadra è chiamato ogni giorno a prendere decisioni complesse, a gestire gruppi eterogenei, a rispondere a pressioni esterne e interne, a rappresentare un punto di riferimento emotivo e valoriale. Tutte queste funzioni richiedono lucidità, energia mentale e stabilità psicologica – risorse che il sonno, se di buona qualità e quantità, è in grado di rigenerare in modo sistematico. Durante il sonno, in particolare nelle fasi profonde, il cervello effettua un’opera di “pulizia metabolica” eliminando scorie neurotossiche come la beta-amiloide, che si accumulano durante la veglia. Questo processo è essenziale per il recupero cognitivo e per mantenere in efficienza le cosiddette funzioni esecutive: attenzione selettiva, flessibilità mentale, capacità di pianificazione e risoluzione dei problemi. Un allenatore che dorme male o poco è più vulnerabile alla distrazione, alla rigidità cognitiva e a errori di valutazione tattica. Il sonno gioca inoltre un ruolo cruciale nella regolazione emotiva. Dormire poco innalza i livelli di cortisolo e altera l’equilibrio tra aree cerebrali come l’amigdala e la corteccia prefrontale, aumentando la reattività emotiva e riducendo la capacità di gestire lo stress. In altre parole, un allenatore cronicamente deprivato di sonno è più esposto al rischio di burnout, di decisioni impulsive e di una leadership disfunzionale. Anche la comunicazione interpersonale – uno dei pilastri della gestione di squadra – risente direttamente della qualità del sonno. Chi dorme adeguatamente mostra maggiore empatia, assertività e tolleranza allo stress sociale. Al contrario, chi dorme poco tende a diventare più irritabile, meno disponibile all’ascolto e meno efficace nel motivare o nel gestire i conflitti.
Infine, non va dimenticato il valore simbolico e pedagogico del comportamento dell’allenatore. Il tecnico che cura il proprio recupero, che rispetta i ritmi fisiologici, che dà importanza al sonno come parte integrante della prestazione, diventa automaticamente un modello positivo. Trasmette ai giocatori – soprattutto ai più giovani – una cultura del benessere che supera il semplice risultato in campo, creando un ambiente più sano, sostenibile e vincente nel lungo periodo. Allenare significa prendersi cura del gruppo, del gioco e anche di se stessi. E dormire bene è il primo atto di cura professionale che un allenatore possa scegliere ogni giorno.
L’ATLETA E IL SONNO: NEUROLOGIA DELLA PERFORMANCE
Nel contesto calcistico d’élite, in cui la differenza tra successo e fallimento può dipendere da pochi decimi di secondo o da un singolo gesto tecnico, il sonno rappresenta una delle risorse più potenti – e al contempo più sottovalutate – per ottimizzare la performance dell’atleta. Non è un semplice periodo di riposo, ma un complesso laboratorio biologico in cui si attivano meccanismi neurofisiologici fondamentali per il corpo e per il cervello. Durante le prime ore di sonno profondo, si verifica il picco di secrezione dell’ormone della crescita (GH), la molecola essenziale per la riparazione muscolare, la sintesi proteica e il mantenimento della massa magra. Parallelamente, si attiva anche l’asse GH-testosterone, cruciale per i processi anabolici che determinano forza, potenza e capacità di rigenerazione dopo allenamenti intensi o gare impegnative. Senza questo ciclo ormonale notturno, i muscoli non recuperano adeguatamente e si riduce la possibilità di supercompensazione, compromettendo l’efficacia della programmazione atletica.
Il sonno incide inoltre sul sistema nervoso centrale, e in particolare sulla funzionalità dei neuroni corticali, responsabili delle funzioni cognitive superiori. È durante l’alternanza tra sonno NREM e REM che il cervello ottimizza le connessioni sinaptiche, rimuove interferenze cognitive e “rinfresca” le aree prefrontali, migliorando il tempo di reazione, la concentrazione e la velocità decisionale. Un calciatore ben riposato è quindi non solo più pronto fisicamente, ma anche più lucido, efficace e preciso nei momenti chiave della partita.
Dal punto di vista immunologico, il sonno esercita un’azione antinfiammatoria potente. La deprivazione cronica altera l’equilibrio del sistema immunitario, riducendo l’attività dei linfociti T e promuovendo una condizione di infiammazione silente, responsabile di un aumento della vulnerabilità agli infortuni muscolari, di un rallentamento nei tempi di recupero e di una minore capacità di adattamento agli stimoli allenanti.
Infine, uno degli aspetti più strategici riguarda la prevenzione degli infortuni. È ormai dimostrato che la qualità del sonno – intesa come continuità, profondità e regolarità – è direttamente correlata alla resilienza muscolare e articolare. Un atleta che dorme bene è in grado di assorbire meglio i carichi, recuperare più velocemente e ridurre significativamente il rischio di lesioni da sovraccarico.
5 ERRORI CHE SI FANNO NEL CALCIO RISPETTO AL SONNO
Considerarlo solo un tema “medico o “psicologico” In realtà il sonno è una variabile da integrare nella programmazione atletica settimanale
Non tenere conto del monitoraggio del carico Si misura HRV, accelerazioni, lattato… ma mai la qualità del sonno. È un errore strategico
Pensare che “basta dormire tanto” Non è solo quantità: conta la qualità (fase profonda, latenza, continuità)
Ignorare lo stato di sonno dello staff Un preparatore e un allenatore stanco prendono decisioni peggiori, aumenta l’errore tecnico e il burnout
Non educare gli atleti sul recupero notturno I calciatori giovani, in particolare, non sanno cosa succede al corpo quando dormano e soprattutto quando NON dormono
DORMIRE NON È TEMPO PERSO, ANZI, CHI PIÙ DORME PIÙ VINCE!
Nel calcio professionale, il sonno non è un premio dopo la fatica, ma una risorsa strategica che va allenata, misurata, protetta. Come ogni parametro fisiologico, anche il sonno ha una curva adattiva. Ignorarlo significa ridurre il potenziale atletico, aumentare il rischio di errore tecnico e compromettere la salute a lungo termine. In sintesi, il sonno rappresenta il primo “integratore naturale” di un atleta professionista. Agisce contemporaneamente su muscoli, ormoni, cervello e sistema immunitario. In un gioco come il calcio, dove si chiede al corpo e alla mente di performare al massimo ogni tre giorni, dormire bene non è più un’opzione: è una competenza da allenare e un pilastro su cui costruire ogni carriera sportiva di successo.
Rivista AIAC Associazione Italiana Allenatori di Calcio in occasione di The Coach Experience
open mind di Loris Bonamassa

